{"id":2560,"date":"2025-03-13T13:31:49","date_gmt":"2025-03-13T12:31:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tracciatieditore.it\/?p=2560"},"modified":"2025-03-13T13:36:52","modified_gmt":"2025-03-13T12:36:52","slug":"il-coraggio-del-cammino-capitolo-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tracciatieditore.it\/index.php\/2025\/03\/13\/il-coraggio-del-cammino-capitolo-1\/","title":{"rendered":"Il coraggio del Cammino capitolo 1"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-2449\" src=\"https:\/\/www.tracciatieditore.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/COP-PAROLO-SANTIAGO-xWeb-193x300.jpg\" alt=\"Il coraggio del Cammino di Diego Parolo\" width=\"193\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.tracciatieditore.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/COP-PAROLO-SANTIAGO-xWeb-193x300.jpg 193w, https:\/\/www.tracciatieditore.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/COP-PAROLO-SANTIAGO-xWeb.jpg 531w\" sizes=\"auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/>Il cigolio dei letti a castello, qualche leggero ciabattare, mi fanno aprire gli occhi. No, non perch\u00e9 dormissi, anzi il mio dormire \u00e8 finito da qualche ora ma tenevo gli occhi chiusi per non vedere il non passare del tempo, nell\u2019illusione di fare qualche sonnellino e che cos\u00ec l\u2019attesa fosse meno penosa e snervante.<br \/>\nOra finalmente posso aprirli perch\u00e9 questi rumori, che nei prossimi giorni e per tutta la durata di questa mia avventura diventeranno familiari, indicano che \u00e8 ora di alzarsi, di prepararsi, insomma di uscire e cominciare a camminare. C\u2019\u00e8 un detto che pi\u00f9 o meno fa cos\u00ec: \u00abIl leone si sveglia e si mette a correre, insegue la gazzella; la gazzella si sveglia e inizia a correre per scappare dal leone\u00bb.<br \/>\nAnche noi umani camminiamo e corriamo. La differenza tra noi e il leone, noi e la gazzella, \u00e8 tutta nel nostro chiederci: perch\u00e9?<\/p>\n<p>Camminare. Il Cammino con la C maiuscola evoca immediatamente, per i pellegrini, per i tanti che per i pi\u00f9 disparati motivi decidono di \u201cperegrinare\u201d, di mettersi in cammino, il Cammino di Santiago. In particolare, il pi\u00f9 conosciuto e frequentato: il Cammino Francese che da Saint-Jean-Pied-de-Port, un piccolo paese della Nuova Aquitania ai piedi dei Pirenei, nel versante francese, con una serie di tappe, attraversando da est a ovest le regioni spagnole della Navarra, della Rioja, della Castilla y Le\u00f3n e infine della Galizia, portano il pellegrino alla cattedrale di Santiago de Compostela. Qui, secondo tradizione, sarebbe sepolto il corpo decapitato di San Giacomo apostolo, \u201cil Maggiore\u201d.<\/p>\n<p>Esiste una molteplicit\u00e0 di cammini e pellegrinaggi in varie parti d\u2019Europa e del mondo e tutti hanno in comune un aspetto che li identifica e per certi versi li rende uguali, assimilabili. Tutti possono essere riassunti da una parola, anzi da un verbo: camminare. Fare un pellegrinaggio significa innanzitutto predisporsi a camminare, vuol dire imitare un bisogno atavico dell\u2019uomo che fin dalla sua comparsa sulla terra ha cominciato ad esplorarla, a muoversi in cerca di cibo, di un riparo, di un posto dove vivere.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 una cosa che \u00e8 forse la molla che pi\u00f9 di ogni altra spinge l\u2019uomo a muoversi e cercare: il suo bisogno di sapere, la conoscenza. Grandi esploratori sfidarono il mare aperto, scavalcarono montagne sconosciute spesso senza avere a disposizione strumenti adeguati e confidando principalmente sul loro istinto. Santoni, mistici e uomini di fede cominciarono a peregrinare con motivazioni legate alla percezione, che credo tutti abbiamo, di non essere solo materia ma che ci sia in noi qualcosa che va oltre la materia stessa, qualcosa che ci spinge a sentirci in cammino, un cammino di ricerca di ci\u00f2 che siamo realmente e che ci fa emozionare, che fa nascere i sentimenti che animano il nostro vivere, cose immateriali ma che sentiamo appartenerci, essere parte di noi. Un bisogno di spiritualit\u00e0, legato al mondo delle idee \u2013 come insegnano i filosofi fin dall\u2019antichit\u00e0 \u2013 all\u2019immaginario e alle credenze.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>L\u2019uomo ha sempre sentito il bisogno di credere in qualcosa di soprannaturale a cui attaccarsi per dare un senso a tutto quello che lo circonda, a ci\u00f2 che non riesce a giustificare con la sola ragione. Nascevano cos\u00ec i cammini a sfondo religioso e successivamente quelli legati alla Sacra Scrittura, pellegrinaggi in luoghi che evocano la vita di personaggi innervati nella storia delle religioni, che ne custodiscono scritti, vestigia o, come nel caso di Santiago, i resti mortali. Questi pellegrini si mettevano in viaggio con quello che avevano, qualcosa per coprirsi e ripararsi dalle intemperie, spesso con calzari di fortuna se non addirittura a piedi nudi, una bisaccia contenente poche ed essenziali cose, un bastone come compagno e sostegno, e andavano attraverso (<i>per<\/i>) i campi (<i>ager<\/i>): da qui il termine pellegrino. Partivano affidandosi alla provvidenza, confidando innanzitutto nell\u2019aiuto di quegli Dei o di quel Dio che li spingeva a mettersi in cammino e nel fatto che avrebbero trovato lungo il tragitto delle anime buone in grado di offrire loro un riparo per la notte e un pezzo di pane per sfamarsi. Mendicando.<\/p>\n<p>Si cominci\u00f2 a camminare fidando e orientandosi con le stelle per cercare la direzione; si tracciarono sentieri, percorsi, che un po\u2019 alla volta si sono perfezionati e arricchiti di tracce e impronte che oggi facilitano il cammino dei pellegrini. Ma cosa vuol dire camminare, cosa significa? E perch\u00e9 camminare? Abbiamo ancora bisogno, la sentiamo la necessit\u00e0 di camminare? Di fare fatica a imitazione di quei primi pellegrini? E se s\u00ec, perch\u00e9? E perch\u00e9 oggi, che la tecnologia e la scienza permettono di muoverci velocemente e senza fatica da un posto all\u2019altro \u2013 ieri alle quattro del mattino ero a Carceri in provincia di Padova, in Italia, e alle tre del pomeriggio ero gi\u00e0 a Pamplona, in Spagna, essendomi fermato anche a Madrid a prendere un caff\u00e8?<\/p>\n<p>A queste domande tenter\u00f2 di rispondere pellegrinando verso Santiago. Anche se oggi il mio pellegrinare sar\u00e0 molto diverso da quello di quei primi camminatori, se ho a disposizione delle scarpe, uno zaino costruito per essere meno ingombrante possibile, ho dei posti sicuri dove poter riposare e non rischio di incontrare ed essere pestato e derubato da bande di briganti, lo spirito, quello che mi spinge a mettermi in cammino, credo sia molto simile se non lo stesso di chi mi ha preceduto; il vento, la pioggia, il sole, il freddo, la fatica saranno miei compagni di viaggio come lo furono per loro. Per certi versi mi sento di dire che le avversit\u00e0 naturali e la fatica fanno parte integrante di ci\u00f2 che si cerca nel cammino, ci devono essere e devono essere sperimentate per poi poter dire a s\u00e9 stessi di aver fatto veramente il Cammino.<\/p>\n<p>Potrei rispondere molto semplicemente alla prima domanda dicendo che camminare \u00e8 mettere un piede davanti all\u2019altro, far seguire un passo al precedente, e lo stesso potrei fare per la seconda domanda dicendo che significa muoversi, spostarsi nello spazio. Naturalmente sono semplificazioni, ma se le prime due domande le mettiamo in relazione con la terza, e cio\u00e8 perch\u00e9 camminiamo, allora il camminare acquista un significato diverso, ogni passo avr\u00e0 una sua ragione. Diventa determinante lo spazio nel quale camminare, se sar\u00e0 spazio fisico e cio\u00e8 andare da un luogo a un altro, da un punto x a un punto y, uno spazio fuori di me materiale e tangibile ma che diventer\u00e0 parte di me \u201ccamminando\u201d e assimilando le suggestioni. Oppure uno spazio ideale dentro me stesso, una specie di introspezione per conoscermi, per conoscere i miei recessi, le mie parti nascoste persino, a volte, a me stesso.<\/p>\n<p>L\u2019ostello Jesus y Maria dove abbiamo trascorso la notte si trova proprio in centro a Pamplona, \u00e8 una ex chiesa del XVII secolo. Il comune di Pamplona l\u2019ha riadattata ad ostello riservato ai pellegrini. Molto vicino alla cattedrale, principale luogo di culto della citt\u00e0, \u00e8 un posto molto bello e ben adattato, fornito di tutto quello che necessita al pellegrino senza modificarne o intaccarne l\u2019architettura. Fa parte di una serie di strutture, chiamate anche Albergue, riservate ai pellegrini e cio\u00e8 a chi \u00e8 in possesso della credenziale che certifica la qualifica di \u201cpellegrino\u201d. Non ospitano turisti e vacanzieri, per capirci, per i quali in ogni caso esistono strutture private similari sparse un po\u2019 dappertutto lungo il Cammino.<\/p>\n<p>La credenziale, un libretto simile ad un passaporto rilasciato da vari istituti, religiosi e non, si compone di una parte iniziale con le generalit\u00e0 del pellegrino, il paese d\u2019origine, il luogo e la data di partenza del pellegrinaggio, un numero di serie e il timbro dell\u2019ente che la rilascia, e di una serie di pagine successive per i timbri. In queste pagine, alla fine di ogni tappa, l\u2019<i>hospitalero<\/i>, colui che gestisce l\u2019ostello, apporr\u00e0 il <i>sello<\/i> che identifica il luogo e la data di transito, assieme alla sua firma. Questi timbri saranno la prova del percorso fatto e daranno diritto, una volta arrivati a Santiago, al rilascio della Compostela.<\/p>\n<p>Non sono solo in questa mia avventura, mi accompagnano mio figlio Edoardo e sua moglie Francesca. Ci prepariamo cercando di far meno rumore possibile, facendo luce con la torcia del telefono, ce ne sono anche altre accese qui e l\u00e0 come lucciole nel buio, raggiungiamo i bagni cercando di non inciampare. Tornati alle brande, raccogliamo le nostre cose infilandole negli zaini, un ultimo giro con il fascio di luce per non lasciare niente sui letti e usciamo dirigendoci verso la cucina. In corridoio la luce \u00e8 accesa, a terra \u00e8 pieno di zaini, sulle sedie e sulle panche sistemate lungo il muro pellegrini che infilano e si sistemano le scarpe, altri in piedi che stanno mettendo lo zaino in spalla, altri ancora, i pi\u00f9 mattinieri, stanno gi\u00e0 uscendo e salutano nella propria lingua i presenti. Quella pi\u00f9 usata \u00e8 indubbiamente l\u2019inglese. Molti, e io fra quelli, per comodit\u00e0 e perch\u00e9 \u00e8 di facile apprendimento per tutti, salutano con l\u2019espressione spagnola: \u201cOla\u201d. Ciao.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Raggiungiamo la cucina e ci prepariamo un caff\u00e8 con delle bustine solubili che abbiamo precedentemente acquistato. Alcuni, pochi per la verit\u00e0, fanno colazione a quell\u2019ora, la maggior parte preferisce una cosa veloce tanto per carburare per poi fermarsi, dopo un paio d\u2019ore e una decina di chilometri, per una pausa e la vera colazione. Una partenza senza caff\u00e8 mi farebbe per\u00f2 camminare come una macchina ingolfata, non riuscirei a carburare, ad avere un buon rendimento.<\/p>\n<p>Riempiamo le bottiglie di acqua, salutiamo e usciamo nella strada deserta di questa prima mattina spagnola. L\u2019aria \u00e8 fresca ed \u00e8 buio, Pamplona dorme ancora, le frecce gialle e le conchiglie d\u2019inciampo al centro del marciapiede ci guidano verso il centro della citt\u00e0. Di solito, quando si tratta di centri o luoghi di interesse culturale, chiese, palazzi o monumenti, chi traccia il percorso ha fatto in modo che i pellegrini vi passino accanto, magari allungando un po\u2019 la strada ma consentendo almeno una visione, anche se veloce, delle cose pi\u00f9 interessanti. In giro non c\u2019\u00e8 nessuno salvo altri pellegrini facilmente riconoscibili e che alla spicciolata, da soli o a piccoli gruppi, stanno uscendo dalla citt\u00e0.<\/p>\n<p>Credo che quella in cui stiamo camminando sia una zona vietata al traffico delle macchine, solo qualche camion della nettezza urbana procede piano con degli spazzoloni rotanti attaccati ai lati della cabina. Le grosse spazzole scandagliano l\u2019asfalto e convogliano tutto quel che trovano verso la bocca di un potente aspiratore che attrae e ingoia tutto. Sulla parte posteriore dello stesso camion, una serie di piccoli getti d\u2019acqua completa il lavoro lavando la strada. Qualche netturbino precede il camion e, spazzando gi\u00f9 dai marciapiedi i resti di serate di spritz e pasti veloci fuori dei molti pub che costeggiano la via, li rende accessibili alle spazzole; l\u2019uomo fa dei movimenti lenti, ripetuti e cadenzati, sembra quasi una danza e, siccome indossa uno strano giubbino con strisce fluorescenti, disegna involontariamente figure e schizzi nel buio.<\/p>\n<p>Costeggiamo e penetriamo ampi parchi con alberi imponenti, popolati da moltitudini di uccelli che cinguettano senza farsi vedere, rimanendo rintanati tra le foglie. Sono cinguettii delicati, forse anche loro cercano di fare meno rumore possibile, vista l\u2019ora mattutina. Alcuni merli, per\u00f2, sono gi\u00e0 al lavoro ed estraggono dalla terra, resa molle dagli irrigatori che spruzzano acqua sul prato, succosi lombrichi mentre le gazze e le cornacchie, approfittando dello scarsissimo traffico, lasciano i loro posatoi e si avventurano sulla strada a spolpare qualche carcassa di animale rimasto vittima del trambusto quotidiano del giorno prima.<\/p>\n<p>Incontriamo e veniamo superati da ciclisti con tute sgargianti e biciclette ipertecnologiche, giovani in canottiera che corrono a piedi e isolati dal mondo dalle cuffiette che indossano infilate nelle orecchie. Alcuni sono visibilmente affaticati, grondano sudore e annaspano a bocca spalancata in cerca d\u2019aria, e tuttavia insistono. Cominciamo ad incontrare anche qualche signore di mezza et\u00e0 che passeggia tranquillo, con il cane che gli scodinzola intorno. Su tutto regna un silenzio rumoroso fatto dei canti degli uccelli attutiti dal fogliame folto degli alberi, del lontano passaggio di un aereo che appare come un puntino seguito da una scia bianca sopra le nostre teste, di qualche serranda che si alza improvvisa nel centro ormai lontano della citt\u00e0. Abbiamo ancora le torce accese per non perdere le frecce gialle.<\/p>\n<p>Mentre attraversiamo il ponte sul rio Sadar, superata anche la periferia, \u00e8 ormai giorno e spegniamo le torce. Mi giro verso oriente, verso la citt\u00e0 che abbiamo lasciato dietro di noi: tra le chiome dei grandi alberi che segnano l\u2019orizzonte, l\u2019alba si fa strada salendo dietro le colline e il sole, infilandosi tra i rami e le foglie, e sembra mangiarseli poco a poco per guadagnare il cielo e illuminare la terra.<\/p>\n<p>Dormo poco la notte, credo sia una cosa che succede con l\u2019et\u00e0 e alcuni amici confermano questa idea dicendo che pi\u00f9 invecchi meno hai bisogno di dormire, boh. Comunque, a me da un po\u2019 di tempo succede cos\u00ec e, indipendentemente dall\u2019orario in cui mi metto a letto e quasi immediatamente mi addormento, verso le tre e mezza del mattino mi sveglio e non riesco pi\u00f9 a dormire, se mi va bene faccio dei brevi sonnellini intermittenti e leggerissimi, una specie di dormiveglia, non saprei come spiegare. Ad ogni modo, quel poco che dormo mi basta e durante il giorno non ho problemi. Stamattina, per\u00f2, ho addosso uno strano malessere, una specie di tensione, qualcosa che mi pesa qui alla bocca dello stomaco e che non riesco a mandar gi\u00f9&#8230; ma nemmeno mi viene su. Sicuramente \u00e8 qualcosa da mettere in relazione con questa avventura che desideravo da tanto e che ho tanto sognato, anche ad occhi aperti, e se a questo aggiungiamo il trambusto del viaggio il risultato \u00e8 una sorta di stanchezza mentale che mi impedisce, anche adesso che sono ormai passate pi\u00f9 di due ore da che camminiamo, di concentrarmi e godere di quel che sto facendo e vedendo.<\/p>\n<p>Provo a canticchiare qualcosa a casaccio riuscendo per\u00f2 solo ad alleggerire parzialmente questo senso di indigesto malessere che mi attanaglia. \u00c8 proprio il caso che facciamo una pausa, \u00e8 il momento per sederci e con tranquillit\u00e0 gustarci una bella colazione. Siamo appena entrati in un paese dal nome impronunciabile: Zariquiegui. Pi\u00f9 che un paese \u00e8 un gruppetto di case che fanno da cornice ad una piccola chiesetta: si trova circa a met\u00e0 della salita che ci porter\u00e0 all\u2019Alto del Perdon. Per curiosit\u00e0 chiedo al barista quanti sono gli abitanti di quel posto e lui mi dice che i residenti sono 178, uno pi\u00f9 uno meno. Non \u00e8 un bar come siamo abituati qui in Italia, \u00e8 piuttosto come la bottega che c\u2019era al mio paese quando ero bambino, dove il baratto era la forma di pagamento pi\u00f9 utilizzata, anzi la moneta pi\u00f9 usata erano le uova, con un uovo compravo il panino con la mortadella da mangiare durante la ricreazione a scuola. \u201cEl casolin\u201d era un posto dove si trovava un po\u2019 di tutto, dallo zucchero sfuso alle pezze di sapone, dalle scatolette di orzo e miscela per fare il caff\u00e8 a casa nel pentolino, ai fiammiferi svedesi per accendere il fuoco, articoli di ferramenta e abbigliamento, frutta e perfino le sigarette sfuse che erano tenute nascoste da qualche parte in una confusione indescrivibile di merce. Ecco, anche questo bar, come ne troveremo molti sul Cammino, assomiglia molto a quella bottega del mio ricordo con in pi\u00f9 tutti i gadget legati al Cammino: capesante, bandane con stampata l\u2019immagine della cattedrale di Santiago, magliette, vari modelli di bastone da pellegrino e, naturalmente, le immancabili banane, sicuramente il frutto pi\u00f9 consumato sul Cammino, forse per via del potassio.<\/p>\n<p>Prendiamo due caff\u00e8 con <i>leche<\/i> e un cappuccino che risulteranno pressoch\u00e9 uguali e che, in situazioni normali, dopo un primo assaggio, la bocca rifiuterebbe di sorbire: ma qui siamo pellegrini, siamo in Spagna, sulla Sierra, \u201cfuori\u201d dalla cosiddetta civilt\u00e0 e va bene anche questa roba, anzi \u00e8 perfino gradevole e buonissima questa sorta di acqua torbida, ce la sorseggiamo standocene seduti e rilassati. Da mangiare abbiamo preso un ottimo <i>bocadillo con jamon de cerdo<\/i> e un bel pezzo di <i>tortilla de patatas<\/i>, una frittatona alta tre\/quattro centimetri, fatta con uova e patate. Se il cappuccino e i caff\u00e8 lasciano a desiderare, il panino e la frittata sono invece decisamente eccellenti.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>La pausa si rivela veramente provvidenziale per la mia tensione, che sento sfumare fino a scomparire del tutto. Riesco finalmente e con calma a mettere a fuoco la situazione, una situazione insolita, almeno per me, ed \u00e8 una cosa straordinaria, sicuramente la pi\u00f9 inaspettata e bella novit\u00e0 che mi potesse accompagnare in questo cammino: camminare e stare insieme ai miei figli, non pi\u00f9 bambini ma adulti, per quasi un mese tutti i giorni, ogni ora del giorno e della notte, condividendo emozioni, fatiche, gioie e pensieri, \u00e8 una roba incredibile. Certo, \u00e8 vero, si potrebbe pensare che sia normale, e forse per qualcuno lo \u00e8 anche, stare con i figli, condividerne le emozioni; finch\u00e9 sono piccoli \u00e8 anche facile parlare con loro. Di solito fino a quando un figlio raggiunge l\u2019et\u00e0 dell\u2019adolescenza il rapporto, il modo di porsi, il tono della voce, tendono a dare al dialogo un taglio catechistico, se cos\u00ec lo vogliamo definire, mirante all\u2019addestramento, sicuramente in senso buono e positivo; da un certo punto in poi la cosa si complica, non funziona pi\u00f9, anzi a ben guardare se ne percepisce chiaramente il limite nell\u2019apatia insofferente del figlio che comincia a non gradire pi\u00f9 quel tipo di dialogo, se ne estranea tentando anche di mascherare questa sua insofferenza. In sostanza, la comunicazione si complica e assume connotati spesso difficili da decifrare e che finiscono per inaridire il dialogo, e cos\u00ec si finisce per parlare di tutto ma poco di quel che serve. Intendo dire parlare, confrontarsi sui temi della vita, sui sogni, i desideri, sulla necessit\u00e0 che riguarda tutti di conoscere se stessi per potersi rapportare con gli altri, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Insomma, a me \u00e8 capitato cos\u00ec, c\u2019\u00e8 sempre poco tempo, altro di urgente da fare, da finire, cominciano a crearsi difficolt\u00e0 di comprensione, si aprono crepe e a volte perfino dolorose lacerazioni dovute a motivi non sempre comprensibili n\u00e9 facilmente individuabili. Non dico che non si parli, no, il solito \u00abCiao, come va? Cosa fai? Dove vai? Ciao stai attento, non ti preoccupare\u00bb e via cos\u00ec, nel tran tran, in una quotidianit\u00e0 quasi asettica. Tutto questo c\u2019\u00e8 e sicuramente c\u2019\u00e8 anche il sentimento, quel legame indissolubile che si crea tra genitori e figli. Ma che manchi qualcosa lo si sente e io lo sento, alcuni argomenti, come quelli che ho citato, rimangono fuori, accantonati o messi in <i>stand by<\/i> sperando arrivi il momento per affrontarli. \u00c8 come se fossero cose che non riguardano il rapporto padre-figlio, un rapporto tra due persone che ad un certo punto deve aggiungere all\u2019essere padre e figlio anche la parit\u00e0, l\u2019essere due uomini, due donne, un uomo e una donna, che si riconoscono anche in quella dimensione e si stimano e si rispettano.<\/p>\n<p>In definitiva, quello che mi ripropongo \u00e8 di non sprecare questo tempo, di non disperdere il \u201cclima\u201d che si sta creando in questa specifica situazione. Dico a loro che \u00e8 una bella occasione per me e li ringrazio per essersi offerti di accompagnarmi, di condividere la loro vacanza con il mio Cammino. Mi hanno fatto veramente un grande regalo. Colgo anche l\u2019occasione per dire a Francesca che, per me e anche per mia moglie, lei come anche Margherita, la moglie di Enrico, e Jimi il marito di Lisa, sono componenti della famiglia equiparabili ai nostri figli, sono per noi esattamente come i nostri figli e tali resteranno qualunque cosa succeda in futuro. Magari per qualcuno pu\u00f2 sembrare una banalit\u00e0, una cosa ovvia. Io invece penso non sia n\u00e9 ovvia e tantomeno banale quanto invece qualcosa che tocca aspetti profondi del nostro essere umani. Sento per loro lo stesso afflato, la stessa intensa passione che provo per i miei figli biologici, sono e resteranno miei figli. Ad ogni modo glielo dico, cos\u00ec come l\u2019ho appena scritto, e la cosa risulta come una liberazione. L\u2019abbraccio con entrambi mi infonde una carica notevole, e quella che fino a quel momento era stata solo una faticosa salita fra i sassi da l\u00ec in poi diventa \u201cil Cammino\u201d.<\/p>\n<p>Saliamo verso l\u2019Alto del Perdon su uno stretto sentiero scavato da milioni di passi, tra piante aromatiche che rendono il vento, che qui soffia incessantemente, una soave e delicata carezza di profumi e aromi; \u00e8 per me, in quel momento, la carezza degli dei, la felicit\u00e0 che ti piomba addosso inaspettata e fugace.<\/p>\n<p>La prima cosa che impariamo a fare subito dopo la nascita \u00e8 mangiare. Affiniamo inconsapevolmente la nostra capacit\u00e0 di sopravvivenza fuori da quel posto sicuro e protetto che era l\u2019utero materno. Mangiare \u00e8 l\u2019imperativo che il nostro \u201cistinto\u201d ci detta, e che ci fa attaccare al seno materno e succhiare, che ci spinge a portare alla bocca tutto quello che possiamo e a mettere la bocca su tutto ci\u00f2 che \u00e8 a portata di bocca. Sentiamo, apriamo gli occhi: anche queste sono azioni involontarie e che succedono in automatico; sentiamo e vediamo la mamma e tutte le cose che ci stanno attorno e che ci incuriosiscono. Da qui la seconda cosa che impariamo a fare: camminare; mi viene da pensare che se mangiare, vedere e sentire sono cose automatiche, una dettata dall\u2019istinto di sopravvivenza, le altre che accadono indipendentemente da noi, forse imparare a camminare, a muoverci, in realt\u00e0 \u00e8 la prima cosa che decidiamo di fare: ci muoviamo per seguire la mamma, fonte di cibo, per curiosit\u00e0, per raggiungere le cose che ci stanno attorno e attirano la nostra attenzione. All\u2019inizio, pi\u00f9 che camminare, strisciamo; poi pian piano impariamo a stare seduti e quindi a muoverci saltellando sul culo, scopriamo in seguito che possiamo muoverci gattonando a quattro zampe, finch\u00e9 un giorno, attaccandoci a qualcosa, alle gambe del tavolo, ad una sedia o alla mano del pap\u00e0, riusciamo a tirarci su due piedi. In quel momento, avendo guadagnato la stazione eretta, cominciamo a vedere il mondo che ci circonda da un\u2019altra prospettiva e la necessit\u00e0 di camminare diventa un bisogno, un qualcosa che non ci lascer\u00e0 pi\u00f9 per tutta la vita.<\/p>\n<p>Camminare \u00e8 quindi prima di tutto una necessit\u00e0, movimento, \u00e8 spostarsi da un posto all\u2019altro. \u00c8 dirigere il nostro corpo in una determinata direzione, \u00e8 muovere le gambe per andare. \u00c8 vero che oggi ci si pu\u00f2 spostare anche senza camminare, come dicevo prima siamo arrivati a Pamplona quasi senza camminare, comodamente seduti sulle poltroncine dell\u2019aereo, ma questo \u00e8 un altro discorso e attiene comunque alla capacit\u00e0 dell\u2019umanit\u00e0 di camminare, progredire, andare avanti nel tentativo di migliorare le sue possibilit\u00e0. La cosa importante da evitare penso sia quella di perdere la nostra umanit\u00e0, di diventare dipendenti dalla tecnica dimenticando quel che siamo, l\u2019essenza di quel che siamo, quel qualcosa di non materiale ma che sentiamo essere parte di noi.<\/p>\n<p><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>Ho provato a chiedere a un amico che a causa di un incidente \u00e8 costretto su una sedia a rotelle, una sedia super tecnologica, che si muove senza doverla spingere, che gli consente di andare dove vuole, anche in macchina, anche in salita, cosa chiederebbe se potesse esprimere un desiderio, uno solo e che fosse esaudito. Ebbene, la risposta \u00e8 stata: \u00abCamminare, vorrei camminare, farlo con le mie gambe e salire una ripidissima salita fino a sentire i muscoli urlare di dolore. E continuare\u00bb. Camminare \u00e8 un bisogno insopprimibile per l\u2019uomo, una necessit\u00e0 della quale non ci rendiamo conto tanto \u00e8 normale farlo.<\/p>\n<p>Camminare \u00e8 muoversi in una qualche direzione, non necessariamente e non sempre nota, conosciuta. Si pu\u00f2 infatti avere una meta da raggiungere e ci si muover\u00e0, si camminer\u00e0 nella direzione dell\u2019obiettivo, spesso percorrendo strade gi\u00e0 tracciate da altri, gi\u00e0 conosciute, dove il rischio e i pericoli sono ridotti al minimo. Avendo la stessa meta si possono cercare strade nuove e camminare nell\u2019incerto, nel dubbio, cercando comunque di mantenere la direzione per non mancare la meta finale. Ma pu\u00f2 essere anche che non si conosca bene nemmeno la meta, che non si sappia esattamente dove andare, che si abbia solo un\u2019idea di un ipotetico approdo, di un punto d\u2019arrivo e si sperimentano vie diverse, sconosciute, magari anche piene di insidie con il rischio, che \u00e8 quasi una certezza, di perdersi. Forse proprio per questa incertezza, per questo \u201cignoto\u201d, per il gusto della scoperta e l\u2019adrenalina che porta con s\u00e9 la sorpresa, per il piacere profondo e intimo che d\u00e0 la conoscenza, alcuni \u2013 e io fra quelli \u2013 insistono e scelgono di percorrere anche queste strade.<\/p>\n<p>Camminare pu\u00f2 per\u00f2 anche essere solo il bisogno di muoversi, di portare a spasso se stessi e i propri pensieri senza una strada gi\u00e0 segnata, senza una meta precisa. Capita, e a me \u00e8 capitato pi\u00f9 d\u2019una volta, di vagare a caso senza porsi il problema di dove porti quel sentiero o quella stradina, immergendosi totalmente nei propri pensieri tanto che quel che ci circonda diventa irrilevante e quasi sparisce e riusciamo perfino a vedere un paesaggio che esiste solo nella nostra testa, che non \u00e8 reale, eppure in quello camminiamo, ci muoviamo. Sognare ad occhi aperti. Anche questo \u00e8 camminare. Non solo con le gambe: cammina la fantasia, cammina il pensiero.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Camminare fa pensare ai piedi, allo strumento che, assieme alle gambe, ci permette di muoverci e camminare; ma qualcuno cui ho chiesto di dirmi la prima parola che gli veniva in mente se gli dicevo camminare mi ha risposto \u00abSole, un viale alberato in una giornata piena di sole\u00bb, un\u2019idea che gli dava una sensazione di libert\u00e0; e camminare \u00e8 sicuramente anche essere liberi. Chi \u00e8 prigioniero non \u00e8 libero, \u00e8 costretto; privato della libert\u00e0, non pu\u00f2 camminare, un tempo era immobilizzato dai ceppi, da una palla al piede o, con altri prigionieri, attaccato ai remi delle galere e, anche oggi, \u00e8 comunque costretto in una cella, rinchiuso, non libero di muoversi. Tuttavia la facolt\u00e0 tutta umana di pensare ci consente di camminare, con la mente, con il pensiero, anche in condizioni di restrizione della propria libert\u00e0 personale fisica. Molti uomini \u2013 politici, pensatori, poeti incarcerati per le loro idee, per reati di opinione, per avere con le loro idee o i loro scritti disturbato il potere \u2013 pur essendo privati della possibilit\u00e0 di camminare materialmente hanno trovato il modo di \u201cevadere\u201d camminando con il pensiero, e questo loro camminare ha prodotto pagine di poesia, di idee e pensieri ancora oggi fonte di piacere e di studio. Alcuni filosofi della Grecia antica hanno elaborato pensieri senza mai muoversi da Atene, eppure hanno costruito vie sulle quali ancora oggi l\u2019umanit\u00e0 cammina. Comunque la si giri, quindi, camminare \u00e8 libert\u00e0, \u00e8 sentirsi ed essere liberi.<\/p>\n<p>Liberi come questo vento. \u00c8 lui il padrone di questo monte, l\u2019Alto del Perdon, un\u2019altura dell\u2019omonima sierra a poco pi\u00f9 di 700 metri sul livello del mare; \u00e8 lui che governa questi spazi, che li rende un posto di immaginifico mistero. \u00c8 il vento, imprendibile eppure lo senti, ce l\u2019hai addosso, ti avvolge e ti cattura, invisibile eppure lo vedi dappertutto, nei fili d\u2019erba che si muovono come in una danza, nei capelli scompigliati dei presenti, nel piegarsi degli arbusti aggrappati alla roccia, nell\u2019ombra delle nuvole che corre sulla cima, nella voglia che mi assale di farmi prendere e portare, portare in un sogno, quel sogno che ai pellegrini che passano di qui rimane impresso nella memoria, che diventa memoria iconica del Cammino. Qui la comunit\u00e0 degli Amici del Cammino di Navarra ha fatto erigere il famoso monumento del pellegrino, un\u2019opera dello scultore Vicente Galbete che ritrae una comitiva di pellegrini, chi a piedi, chi a dorso di cavalli e asini e accompagnati da un cane, passati di qui e diretti a Santiago di Compostela nel corso dei secoli. Le sagome, realizzate in metallo e fissate nella roccia, appaiono straordinariamente vive, appaiono, ai miei occhi, in movimento seppur immobili, vivono e vivono nel vento. Si muovono, indicano la via, esprimono emozioni. Nulla sta fermo in questo posto onirico. Una frase incisa alla base di una delle figure recita cos\u00ec: \u00abDove il cammino del vento incontra il cammino delle stelle\u00bb. Poesia, come \u00e8 poesia tutto in questo posto, estetica pura.<\/p>\n<p>Siamo solo all\u2019inizio di questo nostro pellegrinaggio, eppure qui il Cammino \u00e8 gi\u00e0 tutto presente, la sua forza, la fatica, il sogno, tutta la sua bellezza si materializza sulle gambe, in tutto il corpo e soprattutto nella mente, l\u2019immaginazione prende il sopravvento. Qui senti il bisogno di lasciare tutto il passato, o quanto meno di accantonare, mettere da parte, tutto quello che di artificiale, di non necessario, fino a ieri sembrava indispensabile. Non serve pi\u00f9 adesso, da qui in avanti, non serve a niente, sarebbe un inutile peso a gravare le spalle. Qui cambia lo sguardo del pellegrino che si volge verso occidente con occhi nuovi, vedendo davanti a s\u00e9 altri orizzonti, un mondo e un modo di vivere diversi. Si rende conto di non dover cercare perch\u00e9 quel che serve \u00e8 l\u00ec, tutto intorno a lui ed \u00e8 l\u00ec per lui. Capisce che non c\u2019\u00e8 bisogno di cercare, basta guardarsi intorno con occhi umani, \u00e8 sufficiente camminare curiosamente, liberando lo sguardo, facendo battere il cuore, camminando con la mente, usando la ragione. Tutto si far\u00e0 conoscere, tutto \u00e8 possibile conoscere, bisogna solo decidere di farlo. Si viene presi da una sorta di frenesia dolce e delicata, dalla voglia di muoversi per incontrare e scoprire. Forse il vento ha aperto varchi, ha abbattuto fortezze nelle quali custodiamo il nostro io e l\u2019ha messo allo scoperto, lo mette sul cammino per tutti. Se siamo parte di un tutto, il tutto inevitabilmente ci attrae, ci porta verso s\u00e9, come una calamita.<\/p>\n<p><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>Quel tutto, delle nostre magagne quotidiane, delle beghe, degli egoismi ed egocentrismi, dell\u2019invidia, dell\u2019indifferenza, della folle corsa verso chiss\u00e0 cosa, non sa che farsene. E questo \u00e8 del tutto indifferente dal fatto che lo si chiami Natura, Assoluto, o Dio.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Arriviamo a Puente la Reina attraversando il ponte romano che d\u00e0 il nome alla citt\u00e0 e subito veniamo attratti da quattro enormi nidi aggrappati ai lati del campanile della chiesa di S. Pietro apostolo, un edificio del XV secolo situato molto vicino al ponte. Avvicinandoci vediamo anche i proprietari di quei nidi, le cicogne. \u00c8 la prima volta che vedo questi grandi uccelli nel loro ambiente naturale, ce ne sono tre in piedi sui nidi e sono veramente imponenti e, al contempo, eleganti con il loro piumaggio bianco e nero e il lunghissimo becco che, da quaggi\u00f9, mi sembra rosso. Mi incanto un po\u2019 l\u00ec a guardarle scattando anche qualche foto; dopo un po\u2019, una alla volta, abbandonano il nido librandosi maestose nel cielo. Come sento la mancanza di Gigliola in questi momenti.<\/p>\n<p>Quando entriamo nell\u2019ostello che \u00e8 proprio di fronte alla chiesa, il volontario che si occupa della nostra registrazione e ci ha visti osservare le cicogne, ci spiega che i loro nidi sono dei veri e propri monumenti che possono arrivare a pesare 400 chili e possono creare non pochi problemi alle strutture, obbligando i custodi di queste chiese a costanti e costose cure di manutenzione.<\/p>\n<p>Le chiese che incontriamo e incontreremo nel Cammino sono tutte molto simili tra loro. Costruite con la pietra locale di un colore marrone chiaro e con un progetto architettonico che si ripete, mostrano chiaramente i segni della devozione popolare, la semplicit\u00e0 e il rigore estetico, la forza e la resistenza che oppongono alle insidie dei secoli e anche alle costruzioni delle cicogne, che mostrano a loro volta stupefacenti doti architettoniche e soluzioni ingegneristiche di notevole pregio. Si consideri che i loro nidi non li costruiscono su un tetto piatto e liscio, ma spesso a lato di guglie, nei posti pi\u00f9 alti e sfidando pendenze notevoli e spazi ristretti, tali da far apparire i nidi quasi sospesi nel nulla. Sul Cammino troveremo molte di queste chiese, alcune estremamente piccole e disadorne, anche in posti remoti e spesso di non facile accessibilit\u00e0, posti dove non vive quasi pi\u00f9 nessuno, dove solo qualche vecchio o qualche prete in pensione e, in alcuni casi, dei volontari che trascorrono l\u00ec un po\u2019 del loro tempo, si occupano di tenerle aperte e pulite. Tutte queste persone sopperiscono alle necessit\u00e0 delle strutture, e anche alle loro, confidando nelle donazioni dei pellegrini.<\/p>\n<p>Alcune di queste strutture vengono adibite ad ostelli ad uso esclusivo dei pellegrini. Non esiste un listino prezzi per dormire, ma l\u2019ospitalit\u00e0, e spesso anche la cena comunitaria e la colazione, sono date fidando nel buon cuore dei pellegrini. Nelle indicazioni di questi ostelli, alla voce prezzi c\u2019\u00e8 scritto \u201cdonativo\u201d, ognuno \u00e8 libero di dare ci\u00f2 che si sente di dare e quel che pu\u00f2 dare, non c\u2019\u00e8 alcun obbligo. Questo tipo di ospitalit\u00e0 \u00e8 presente soprattutto nella prima parte del Cammino, quella dalla Francia alla Galizia, quella pi\u00f9 lunga ma anche, per l\u2019aria che si respira, per l\u2019umanit\u00e0 che si vive, per la fatica e il sudore delle interminabili e assolate <i>mesetas<\/i>, anche la pi\u00f9 entusiasmante. Qui, ad ogni passo, si sperimenta l\u2019essere pellegrino, l\u2019essere con se stessi e si capisce che non avendo niente di pi\u00f9 dell\u2019indispensabile, gambe per camminare e spirito, il pneuma che fa vivere oltre la materia, si riesce a essere in comunione, si pu\u00f2 essere utili all\u2019altro, per e con l\u2019 altro, dove l\u2019altro sono i pellegrini che si incontrano sulla via, ma anche i volontari che li ospitano. Insomma, pellegrino fra pellegrini e sola umanit\u00e0 che unisce, che libera, che fuga le paure perch\u00e9 capisci che non sei solo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cigolio dei letti a castello, qualche leggero ciabattare, mi fanno aprire gli occhi. No, non perch\u00e9 dormissi, anzi il mio dormire \u00e8 finito da qualche ora ma tenevo gli occhi chiusi per non vedere il non passare del tempo, nell\u2019illusione di fare qualche sonnellino e che cos\u00ec l\u2019attesa fosse meno penosa e snervante. 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