Dopo avere curato la pubblicazione del Diario sulla mia prigionia del nonno Cesare, si è dedicato epr due anni alla ricerca storica Prigionieri nella storia, entrambi dedicati ali IMI, gli Internati Militari italiani. Stiamo parlando di Stefano Furlanetto: grazie al suo lavoro, tante persone hanno potuto conoscere e capire meglio le vicende accadute a molti loro parenti durante la seconda guerra mondiale. Figure eroiche che hanno dato la vita e contribuito a “fare l’Italia” con i loro “No” e il loro esempio. Lo abbiamo intervistato.
Stefano, ti sei avvicinato ai testi di tuo nonno con gradualità, senza essere sicuro all’inizio di essere capace di affrontarne la complessità e la portata emotiva. Qual è stato il momento in cui ti sei detto “Sì, lo posso fare”?
«Credo che “il momento” non l’ho deciso io ma mio nonno e i suoi compagni di prigionia. Sono loro che hanno bussato alla porta del tempo perché non ci dimenticassimo di loro e del loro sacrificio. Io ho solo afferrato la maniglia di quella porta e l’ho aperta e il resto lo hanno fatto e continuo a farlo loro. Troppe sono infatti le coincidenze di questi anni di ricerche e iniziative. Ad esempio, stavo cercando di capire dove risiedeva un compagno di nonno prima di tentare di rintracciarne i familiari, ma proprio non riuscivo a decifrare la località in cui viveva e l’unica cosa chiara era la provincia: Firenze. Decisi allora di contattare Gabriele, uno dei tanti amici che ho in Toscana: mi rispose che quel cognome era molto diffuso dalle sue parti, era anche quello della ragazza di suo figlio. Non passò un quarto d’ora che mi girò un vocale: era il figlio dell’Internato che cercavo, che ricordava come il babbo fosse stato prigioniero in Germania durante la guerra. Era proprio la persona che cercavo. Fu davvero un “caso”?».
Dopo alcuni anni di esperienza di presentazioni, ad adulti e ragazzi, quale pensi sia il pubblico cui è più utile ascoltare queste parole?
«Sicuramente il pubblico più importante è quello dei giovani. Durante le presentazioni del libro agli adulti, dedico la parte finale a quello che ho chiamato “il seme della memoria”, ovvero ai modi con cui possiamo tramandare la storia di questi nostri papà o nonni e, in quel momento, ricordo che il seme più importante è quello che seminiamo a scuola, dove ho dovuto imparare una comunicazione diversa per catturare l’attenzione dei più piccoli. Ad esempio, simulando la posa di una “Pietra d’Inciampo”, le targhe posate sul suolo in memoria delle vittime del nazismo. Il seme piantato a scuola è quello che alla fine speriamo di avere piantato sulla terra buona, e che altri sapranno curare ed annaffiare. In questo senso mi sento di avere una forte responsabilità: se anche solo uno di loro tornerà a casa e chiederà ai genitori dei loro nonni e bisnonni, il seme sarà stato piantato».
Quali sono ora i tuoi obiettivi? Stai lavorando ad altri progetti?
«Più che obiettivi, ho dei sogni nel cassetto, ma non li anticipo anche perché solo alcuni dipendono solo da me. La mia, ormai, è una passione per la ricerca che mi occupa quasi ogni momento libero ma che non mi stanca, anzi! Posso dire che ho conclusa la prima fase di tentare di trovare i familiari discendenti degli oltre 70 IMI caduti durante il bombardamento della città di Lipsia del 20 febbraio 1944, con un risultato che reputo incoraggiante. Molti soldati vi morirono giovani, non sposati e senza prole, e il mio timore era quello che potessero essere stati ormai dimenticati dalle famiglie. Invece, con mia sorpresa, non è così… ma non dico di più! Il legame con loro è comunque sempre mio nonno Cesare. Molti di questi caduti erano impiegati, come lui, nella fabbrica di aerei Erla di Lipsia, dove però lui giungerà solo il 13 maggio con circa 400 dei protagonisti del secondo libro “Prigionieri nella storia” e, pertanto, non li aveva potuti conoscere. Questo e altri progetti si sostengono grazie all’impegno mio e di altri e il mio ringraziamento va anche all’editore, che a questi progetti ha creduto».

